Santuario della Madonna di Polsi


Foto di Tiziana Cozzupoli

Altrimenti noto come Santuario "Madonna della Montagna".

Il Santuario che sorge a 865 metri di altezza, nel cuore dell’Aspromonte, a Polsi di San Luca [Reggio Calabria], è detto anche della "Madre del Divin Pastore".

La leggenda narra che nell'anno 1111 alcuni pescatori, a Bagnara, mentre tiravano le reti, videro in mare una barca con due ceri ritti e accesi. La barca venne tirata a rivae a bordo venne rinvenuta una statua della vergine.

Aggiogati un paio di buoi, i pescatori trasportarono la sacra reliquia verso i monti per custodirla in un tabernacolo, ma, accampatisi per la notte, si accorsero con stupore, il mattino dopo, che la Statua era scomparsa.

Malgrado ogni ricerca, non se ne rinvenne traccia, fino a quando, un mattino, anni dopo, nel 1144,  un pastore  alla ricerca di un giovenco che si era perduto, lo trovò inginocchiato presso un roveto, nello stesso luogo dove precedentemente era stata ritrovata una croce basiliana.

L’animale aveva scoperto, scavando con le zampe, proprio la statua della Vergine scomparsa.

In quel medesimo istante, al pastore di nome Italiano che sostava in preghiera apparve la Vergine Madre che indicò il punto dove si sarebbe dovuta costruire una Chiesa.
A questo miracoloso rinvenimento si fa risalire l’origine del monastero che fu, per alcuni secoli, sotto la cura dei monaci dell’ordine di San Basilio Magno, praticanti il rito greco. Durante la prima metà di questo secolo che, il Vescovo di Gerace Idelfonso del Tufo, iniziò un'ispirata opera di rinascita culturale e religiosa a favore del Santuario. Ingrandì la chiesa e la rese più accogliente, la impreziosì con stucchi e decorazioni, secondo l’uso del tempo; fece di una piccola e modesta chiesetta di campagna, un vero tempio mariano, conservando, però, il bel campanile bizantino.

Corrado Alvaro, il più grande scrittore calabrese dei tempi moderni, nato a San Luca, conclude la sua interessante monografia "Calabria" [Firenze, 1931] con la descrizione della festa al Santuario di Polsi: la festa più animata della Calabria (così la definisce), che si celebra per tre giorni, all’inizio di Settembre.

Scrive Corrado Alvaro: "Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa: la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i Carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al Santuario e sparano notte e giorno […].

Si vedono le mille facce delle Calabrie. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. […] Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi.

La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo […].

Al terzo giorno di Settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile […] tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere […]".